Esemplari unici e fuoriserie

Pininfarina Alfetta Spider (1972)
Al Salone di Torino del 1972 Pininfarina presenta una proposta di spider derivata dall’Alfetta berlina, pensata anche in vista di una prossima sostituzione della Spider derivata dalla Giulia. La vettura, dalle linee molto squadrate, non è una spider vera e propria, ma ha il tetto rigido smontabile con rollbar fisso. Questa soluzione, introdotta dalla Porsche 911 Targa e ripresa da Bertone per la Fiat X 1/9, all’epoca sembra la strada obbligata per garantire la sopravvivenza delle automobili aperte. Soprattutto sul mercato nordamericano, dove si respira un clima poco favorevole per questo tipo di vetture, accusate di esporre i passeggeri in caso di ribaltamento a rischi maggiori rispetto alle vetture con carrozzeria chiusa. Si ventila infatti l’introduzione di normative sui crash test che avrebbero penalizzato oltre misura le auto completamente aperte, perché impossibili da rispettare per produzioni in piccola serie se non a costi proibitivi. Nuovi i paraurti in plastica che inglobano i gruppi ottici. La vettura sarebbe pronta per entrare in produzione, ma l’Alfa Romeo preferisce temporeggiare, anche in considerazione delle soddisfacenti richieste per la Spider Giulia. La vettura oggi fa parte della collezione del Museo Alfa Romeo.

L’Alfetta Spider esposta nel Museo Alfa Romeo di Arese. (foto “blackboxes66”)

L’interno ha un disegno molto semplice e “pulito”. (foto “blackboxes66”)

La parte posteriore è decisamente squadrata e parzialmente ispirata alle linee della concept 33 Cuneo, anch’essa opera di Pininfarina e presentata l’anno precedente. (foto “blackboxes66”)

Pininfarina Alfetta GT Eagle (1975)
Tre anni più tardi, Pininfarina torna alla carica con una nuova proposta, che estremizza in parte i concetti espressi con l’Alfetta Spider del 1972. Disegnata da Aldo Brovarone, utilizza il pianale con il passo corto dell’Alfetta GT, più adatto al tipo di vettura. L’impostazione di massima della carrozzeria è la stessa del modello precedente; particolare il lunotto a inclinazione inversa. Qualche tratto richiama anche le Sport Prototipo, come la vittoriosa 33 TT/12. Gli interni sono molto innovativi; il cruscotto è in plastica morbida e la strumentazione è digitale. Grazie al peso ridotto (circa 1000 kg) si ipotizza una velocità massima prossima ai 200 km/h con consumi ridotti.
Anche questa volta le speranze della Pininfarina di ottenere la commessa della produzione in serie rimangono vane: il mercato delle vetture aperte si è ristretto notevolmente, rendendo difficilmente remunerativi gli investimenti per un nuovo modello; l’Alfa Romeo preferisce continuare con la Spider derivata dalla Giulia, che tutto sommato mantiene la sua fetta di clientela pur con oltre 9 anni di vita. L’Alfetta GT Eagle oggi fa parte della collezione del Museo Alfa Romeo.

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L’Alfetta GT Eagle nello stand Pininfarina al Salone di Ginevra del 1975. (foto ufficiale Alfa Romeo)

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La coda appare un po’ troppo elaborata per i gusti del grande pubblico. (foto ufficiale Alfa Romeo)

Bertone Alfetta GT (1976)
L’interesse suscitato dalla Lancia Beta HPE induce l’Alfa Romeo a valutare l’ipotesi di produrre una vettura analoga derivata dall’Alfetta. Bertone viene quindi incaricato di ridisegnare la parte posteriore dell’Alfetta GT per adattarla al pianale con passo più lungo della berlina e aumentarne l’abitabilità e la praticità d’uso. La proposta è pronta in pochi mesi e arriva allo stadio di prototipo: fino al montante centrale il disegno rimane lo stesso della coupé, uniche modifiche i fari anteriori rettangolari, il paraurti più grande e la soppressione del deflettore sulle porte; la parte posteriore, piuttosto squadrata, ha ovviamente un padiglione allungato con un lunotto meno inclinato rispetto alla coupé di Giugiaro. Il disegno complessivo non particolarmente accattivante, i costi di produzione e l’inevitabile sovrapposizione con l’Alfetta GT, già di suo commercialmente un po’ sottotono, fanno prendere la decisione di accantonare il progetto. Curioso il fatto che, nelle stesse settimane, a Monaco di Baviera si sia presa la stessa decisione per la versione a tre porte della BMW Serie 3…

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Il prototipo di Bertone ha il bordo del cofano anteriore liscio, senza la scalfatura in corrispondenza dei fari che caratterizza l’Alfetta GT. (foto tratta dal volume “Curiosalfa” di Stefano Salvetti – Fucina Editore)

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Si può notare che le due fiancate presentano un diverso taglio del parafango posteriore, un espediente usato spesso sulle proposte di stile per valutare l’impatto estetico. (foto tratta dal volume “Curiosalfa” di Stefano Salvetti – Fucina Editore)

Zagato Zeta 6 (1983)
Presentata al Salone di Ginevra del 1983, è una coupé in alluminio a 4 posti, disegnata da Giuseppe Mittino per la meccanica GTV 6 2.5. Scopo del progetto, realizzato in stretta collaborazione con l’Alfa Romeo, è una granturismo da collocare in una fascia di mercato superiore alla GTV di serie; la linea è tondeggiante, con alcuni tratti (scudi paraurti, taglio della portiera) che richiamano la Porsche 928; il tetto riprende il motivo della “doppia gobba” tipico delle Zagato degli anni Cinquanta e Sessanta. Particolari le maniglie a forma di quadrifoglio: per aprire la porta occorre infilare le dita nei quattro lobi. Molto riuscito l’interno, completamente nuovo e ben rifinito. L’accoglienza del pubblico è buona, tanto da fare intravvedere gli spazi per una produzione in piccola serie; purtroppo le (poche) risorse finanziarie dell’Alfa Romeo sono tutte impegnate per gli sviluppi della gamma di grande serie; Zagato tenta di reperire i fondi autonomamente ma presto deve gettare la spugna.
I due esemplari esposti a Ginevra (dipinti di verde scuro e marrone) rimangono così soli; notizie non confermate parlano di una terza scocca non completata. Entrambi sono tuttora esistenti; la vettura verde è stata ceduta ad un inglese ed usata regolarmente nel traffico per anni; nel 2005 è stata acquistata da Corrado Lopresto, che, come d’abitudine, l’ha sottoposta ad un minuzioso restauro; quella marrone, invece, è rimasta alla Casa e ora fa parte della collezione del Museo.

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La Zeta 6 verde fa ora parte della collezione Lopresto. Appeso alla parete il telaio della vettura. (foto “blackboxes66”)

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Il lussuoso e riuscito interno della Z6. (foto “blackboxes66”)

La Zeta 6 marrone esposta nel Museo Alfa Romeo di Arese. (foto “blackboxes66”)

La coda della vettura richiama per certi tratti la Porsche 928, ma se ne differenzia per la mancanza del portellone posteriore e per il lunotto meno inclinato. (foto “blackboxes66”)

Zagato GTV 6 (1983)
Tentativo, per la verità non molto riuscito, di modernizzare la linea della GTV con l’aggiunta di vistose appendici aerodinamiche. Purtroppo gli stilisti hanno ecceduto nel sovraccaricare alcuni tratti della carrozzeria (ad esempio le minigonne laterali e lo spoiler posteriore), che appaiono così sproporzionati rispetto al resto. Assai più gradevoli le modifiche all’interno: volante in pelle della Giulietta Turbodelta, console centrale dell’Alfa 6 e sedili della Spider edizione 83. La cilindrata del motore è incrementata sino alla soglia dei tre litri, con alimentazione ad iniezione; il cambio, di provenienza Alfa 6, è spostato all’anteriore. La proposta è rimasta esemplare unico; oggi fa parte della collezione del Museo Alfa Romeo.

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La GTV 6 Zagato è stata una delle protagoniste del calendario Alfa Romeo 1994, da cui è tratta questa immagine.

Auto Capital – Zagato Alfetta SW (1983)
La vettura nasce su iniziativa della rivista Auto Capital, che rileva la mancanza di una station wagon italiana di fascia medio – alta a fronte del crescente successo di questa tipologia di auto. Si pensa quindi di realizzare una proposta per sondare il mercato e che possa anche servire come stimolo per le Case italiane. La scelta ricade sull’Alfetta, che gode di un’ottima immagine ed è la più venduta della categoria in Italia, premesse fondamentali per avere buone prospettive di successo. Punto fermo del progetto è modificare il meno possibile la scocca della berlina d’origine per contenere i costi e quindi il prezzo di vendita nel caso si riesca ad avviare una produzione in serie, anche piccola.
L’Alfetta SW è disegnata da Luca Grandori (condirettore della rivista) e Giuseppe Mittino (designer della Zagato); alcune scelte stilistiche sono dettate dalla necessità di ridurre al minimo le modifiche. Ad esempio, per non modificare il lamierato strutturale sottostante, la terza luce laterale ha la base sopraelevata rispetto agli altri vetri; la linea della coda è stata condizionata dall’adozione dei fari della Fiat Uno, gli unici in grado di conciliare l’apertura totale del portellone con l’integrazione del retronebbia nei fari stessi. Notevoli la capacità di carico e la praticità d’uso; il sedile posteriore è ovviamente sdoppiato e in modo asimmetrico. Per la realizzazione, affidata alla Zagato, si parte da una Quadrifoglio Oro edizione 83 di colore blu; trattandosi di un’auto con funzioni di “vetrina”, la si equipaggia con tutti gli accessori disponibili all’epoca: condizionatore, portapacchi integrato, impianto stereo, set di valigie su misura… Anche l’interno subisce qualche modifica: sono ridisegnati la strumentazione, i pannelli porta e il tessuto dei sedili, inoltre vengono eliminati gli inserti in finto legno sulla plancia, l’”imperiale” sul tetto con le luci di lettura e i pulsanti dei vetri elettrici (spostati sulla console centrale). Dal punto di vista meccanico, l’unica modifica sono le molle posteriori rinforzate, a causa del peso maggiore di 50 kg che grava sul retrotreno.
La vettura è esposta al Salone di Ginevra del 1984, nello stand Zagato, e presentata sul numero di marzo/aprile di Auto Capital, nel quale è promosso anche un sondaggio per capire se vi sono gli spazi per una produzione anche in piccola serie, tramite un tagliando che i lettori interessati ad un eventuale acquisto possono inviare alla redazione. L’articolo precisa che la vettura potrà essere prodotta con tutte le motorizzazioni e gli allestimenti dell’Alfetta berlina, e che saranno possibili anche ulteriori personalizzazioni ed accessori su misura.
Subito dopo il Salone, l’Alfetta SW inizia i collaudi su strada, che danno esito positivo; tuttavia l’annuncio dell’imminente sostituzione dell’Alfetta fa accantonare il progetto, che sarà riproposto l’anno seguente sulla scocca della 90. L’Alfetta SW oggi fa parte della collezione Alfa Blue Team.

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Un disegno di Giorgio Alisi pubblicato su Auto Capital n. 2/1984.

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La vista posteriore della vettura. (foto tratta dal volume “Curiosalfa” di Stefano Salvetti – Fucina Editore)

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Il bagagliaio accuratamente rifinito; si nota anche il sedile posteriore sdoppiato asimmetricamente. (foto tratta dal volume “Curiosalfa” di Stefano Salvetti – Fucina Editore)


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