Il mercato italiano dell’usato: le quotazioni dell’epoca e il confronto con la concorrenza

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Il reparto dell’usato di una Concessionaria all’inizio degli anni Ottanta. L’Alfa Romeo è stata tra le prime a credere nelle garanzie per l’usato, introducendo nel novembre 1981 la formula Autoexpert. (foto Quattroruote)

Prima di analizzare i dati veri e propri, qualche precisazione di ordine metodologico. Trattandosi di quotazioni di qualche decennio fa, più che i puri valori numerici, poco indicativi considerando la svalutazione intercorsa negli anni e il passaggio dalla lira all’euro, sono decisamente interessanti le percentuali di mantenimento del valore nel tempo.
Le due tabelle (in formato pdf e visualizzabili cliccando sui link in azzurro) ci mostrano la situazione riferita al mese di luglio delle stesse annate considerate nell’analisi del mercato del nuovo. Sono stati presi come riferimenti i prezzi di listino del nuovo e le quotazioni dell’usato riportate da Quattroruote. I prezzi del nuovo seguono i medesimi criteri indicati nella pagina precedente; per le quotazioni dell’usato, va precisato che il metodo di calcolo cambia nel corso degli anni. Fino al 1985 sono indicate due quotazioni: la prima si riferisce al valore di una vettura in stato medio di usura ceduta ad un operatore del settore, mentre la seconda, più alta, è riferita al prezzo di acquisto della vettura, in ottime condizioni, da parte di un privato. In seguito, si passa ad un’unica quotazione, riferita a vetture in ottimo stato di conservazione e di affidabilità; la rivista avverte che in caso di vendita ad un commerciante, si deve ridurre tale valore del 10%. Nel calcolo delle percentuali di mantenimento del valore per le annate con doppia quotazione, ci si basa sulla seconda cifra, la più alta, perché rappresenta il prezzo di vendita di un esemplare in buone condizioni.
La prima tabella mostra la situazione dal 1973, anno in cui appaiono le prime quotazioni, fino al 1994, l’ultimo anno in cui la rivista pubblica le quotazioni delle Alfetta.
La seconda tabella mette a confronto le quotazioni e le percentuali di mantenimento del valore dell’Alfetta con quelle della concorrenza; i modelli presi in esame sono stati estrapolati dalla rosa considerata per il mercato del nuovo. Anche in questo caso le vetture a benzina sono state accorpate nel confronto a prescindere dal tipo di carrozzeria, mentre i modelli a gasolio sono stati considerati a parte: gravate dal superbollo, negli anni Ottanta queste vetture sono quasi sempre prerogativa dei grandi viaggiatori, che le rivendono dopo avere percorso chilometraggi molto elevati. Logico quindi che perdano più valore e risultino più difficili da rivendere dei corrispondenti modelli a benzina, solitamente meno sfruttati; del resto, la stessa Quattroruote calcola la quotazione su una percorrenza annua di 15.000 km per le vetture a benzina e di 30.000 per quelle a gasolio.
Dalla comparazione dei dati si possono trarre alcune interessanti considerazioni.
1) In generale, fino alla metà degli anni Ottanta la perdita di valore si mantiene su livelli molto più bassi che nella situazione odierna del mercato, in cui le auto, anche quelle più richieste e commerciabili, si deprezzano molto rapidamente. In certe annate vi sono addirittura quotazioni superiori al prezzo del nuovo. Il tutto trova spiegazione con l’inflazione a due cifre e i conseguenti fortissimi aumenti dei prezzi di listino, verificatisi in particolare nel 1976 e nel 1978, che risucchiano verso l’alto le quotazioni dell’usato. Però, crescendo il prezzo del nuovo di continuo e molto di più di oggi, chi desidera cambiare la sua vettura con un esemplare identico ma nuovo deve comunque sborsare una bella cifra.
2) Per quanto riguarda le Alfetta berlina a benzina, nei primi sei anni di produzione il buon andamento delle vendite del nuovo si riflette sul gradimento riscontrato nel mercato dell’usato. L’elevato prezzo di acquisto, superiore a quello di molte concorrenti, spinge molti automobilisti che ne desiderano una ad acquistare un esemplare di seconda mano. La percentuale di mantenimento del valore si mantiene perciò molto elevata e superiore alla media della categoria; un’Alfetta berlina è una di quelle macchine definite dagli operatori del settore come “assegni circolari”: un’auto in ordine non resta mai in giacenza presso i rivenditori, e sovente, nel momento in cui un esemplare viene offerto in permuta, il venditore ha già una lista di potenziali clienti ai quali proporlo. Spesso, poi, le Alfetta usate passano di mano direttamente tra privati: la richiesta è tale che è facile trovare un acquirente direttamente nell’ambito delle proprie conoscenze, oppure pubblicando un annuncio di vendita sui giornali. Il modello che mantiene maggiormente il valore è l’Alfetta 1.6, un fatto che si può spiegare con la maggiore propensione all’economia d’esercizio di chi si rivolge all’usato. In seguito, pur rimanendo un modello richiesto sia nuovo che usato, la percentuale di mantenimento del valore si attesta nella media: un’Alfetta berlina di seconda mano si vende ancora facilmente, ma “a prezzo”, come dicono i venditori. Gli esemplari delle edizioni 82 e 83 hanno vita meno facile, essendo ormai il modello a fine carriera. Se immessi nel mercato dell’usato entro il secondo/terzo anno di vita riescono ancora a spuntare buone quotazioni; successivamente, la fine della produzione determina una netta perdita di valore, che coinvolge anche gli esemplari più vecchi. Nella seconda metà degli anni Ottanta l’offerta diviene decisamente superiore alla domanda e porta un ulteriore e sensibile ridimensionamento delle quotazioni, con percentuali di mantenimento del valore inferiori alla media della categoria. Inoltre, soprattutto nel caso delle versioni con i costi di gestione più alti, molti commercianti al momento di ritirarle in permuta offrono cifre molto al di sotto delle quotazioni, oppure le ritirano solo in conto vendita. Inutile dire che gli esemplari malconci e quelli che hanno subito modifiche, trapianti, elaborazioni estetiche e via discorrendo hanno qualche speranza di trovare un nuovo acquirente solo se offerti a prezzi di realizzo; di solito gli operatori del settore non li ritirano neppure.
3) Simile la parabola delle coupé, ma con percentuali di mantenimento del valore inferiori a quelle delle berline: quasi sempre pari o sotto la media della categoria. Il fatto si può spiegare sia con il successo commerciale inferiore alle aspettative, sia con la loro stessa natura di vetture di nicchia. La GTV 6 2.5 sconta anche l’esosa tassazione cui è sottoposta, che spinge il prezzo di listino a livelli innaturali per l’effettiva fascia di mercato occupata dalla vettura. La stessa cosa succede ad altri modelli presi in esame, come le BMW 323i e 325i, che perdono percentualmente più valore delle corrispondenti versioni con motori al di sotto dei due litri. Al contrario, vetture di prezzo elevato ma con motore di 2000 cm3, come la Porsche 924 e la Saab 900 Turbo, si deprezzano in misura percentualmente inferiore.
4) Le Alfetta con motore a gasolio presentano un andamento molto particolare. I primi esemplari, se ceduti entro il secondo anno di vita, mantengono parecchio valore, con una prestazione migliore della media, e trovano facilmente un acquirente; dal terzo anno in poi le loro quotazioni scendono drasticamente, con una percentuale di valore residuo piuttosto bassa. La tendenza si accentua con i modelli 82 e, soprattutto, 83, che fin da subito figurano tra quelli con la maggior percentuale di deprezzamento nella loro categoria. Superati i cinque/sei anni di vita, un’Alfetta TD diviene una vettura tra le più difficili da rivendere, anche se offerta ad un prezzo molto basso.

L’altra faccia del mercato dell’usato: i privati si ritrovano la domenica mattina nei piazzali degli ipermercati per vendere direttamente le auto. In primo piano un’Alfetta GTV; dietro una Giulia; sulla destra si intravvede la coda di un’Alfasud bianca. (foto tratta da L’Automobile del 26/11/1981; scansione Ata)


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